L’Illuminismo: una nuova corrente di idee

Ma, in pratica, che cos’è l’Illuminismo?

Nessuno, forse, potrebbe darci risposta migliore di questa:
“Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo”.
(Immanuel Kant, Was heisst Aufklarung?, 1784)

La celebre definizione kantiana dà la misura della consapevolezza propria degli intellettuali della seconda metà del Settecento di vivere un’epoca assolutamente nuova, differente e contrastante rispetto a tutte quelle che l’hanno preceduta. Fu forse proprio tale consapevolezza (che trovò espressione in settori innumerevoli: dalla filosofia alla psicologia, dalla medicina all’ingegneria, dalla sociologia alla pedagogia, dall’astronomia alla chimica, dall’economia al diritto) a costituire in definitiva l’elemento caratterizzante di questa età culturale. Tutte le discipline del sapere umano, quindi, si trovarono accomunate da quei presupposti che costituirono i caratteri generali dell’Illuminismo, ovvero il disprezzo per l’astrattismo e per la metafisica, l’esaltazione esasperata del metodo scientifico, la finalità pratica e utilitaristica di ogni interesse teorico, il primato della naturalezza e del buon senso sull’artificiosità e sulla superstizione.

In sostanza, nacque una tendenze metodologica tesa alla negazione di quelle realtà non riducibili alla comprensione razionale. Fu un movimento culturale che andò definendosi in circoli letterari ed accademie scientifiche esclusivistiche, differente da nazione a nazione.
Non fu dunque un indirizzo univoco di teorie e di enunciazioni. Il suo programma, funzionale al voler a tutti i costi far trionfare i “lumi della ragione” in qualsivoglia ambito di pensiero e della vita contro qualsiasi tendenza irrazionale, mirava a promuovere il progresso contro le chiusure dei conservatori, contro l’ignoranza, il pregiudizio, la superstizione e il fanatismo religioso intollerante (oscurantismo), l’autorità dispotica dello Stato assolutista e la religione tradizionale. L’illuminista, per esempio, negava valore alle religioni rivelate e propugnava un’interpretazione della religione (deismo) in base alla quale i suoi assunti di base dovevano essere accettati solo se dimostrabili razionalmente. Chiedeva poi che, per evitare indebite ingerenze ecclesiastiche nella vita politica dello Stato, la sfera spirituale della Chiesa e quella istituzionale dello Stato dovessero essere formalmente separate. Solo in questo modo, del resto, sarebbe stata possibile la resa effettiva di quel principio illuministico volto all’introduzione della tolleranza religiosa verso tutte le fedi, basato sulla convinzione che nessuna di esse potesse detenere una posizione di superiorità rispetto alle altre.

In ECONOMIA l’Illuminismo fu liberista, in politica fu liberale, in filosofia empirista. Esso trasse per buona parte le sue radici teoriche dalle opere del filosofo inglese empirista John Locke (1632-1704) e prima ancora da quelle del giurista olandese Ugo Grozio (1583-1645). In Inghilterra l’Illuminismo produsse le dottrine economiche del liberismo, con gli studi di Adam Smith e David Ricardo, mentre in Francia i philosophes produssero la monumentale opera dell’ “Enciclopedia” di d’Alambert e Diderot, nonché i polemici phamplets di Voltaire, le teorie sulla divisione e l’equilibrio dei poteri dello Stato di Montesquieu e quelle sul contratto sociale di Rousseau.

Alla metà del secolo, la consapevolezza di vivere in un’epoca “illuminata” o “filosofica” è pienamente presente, e rivendicata con orgoglio da filosofi quali Voltaire, Diderot, d’Alambert, sino a divenire luogo comune in tutta Europa. Questa consapevolezza contiene una doppia considerazione, entro la quale si iscrive il progetto teorico e politico dell’Illuminismo: una valutazione del cammino percorso dall’umanità, cioè dal suo progresso scientifico, tecnico, culturale, e un’indicazione rivolta al futuro, di ciò che deve essere ancora attuato per la felicità e la realizzazione dell’uomo. Una spiccata propensione al giudizio sul passato e sul presente e una forte tensione progettuale caratterizzano dunque l’atteggiamento teorico dell’Illuminismo. Metro e strumento ne è la ragione, che assume in questo modo una spiccata valenza critica e normativa: critica, perché è di fronte al <> (espressione propria di Kant) che filosofie, istituzioni, dogmi e tradizioni si devono presentare perché ne sia giudicata la legittimità, la fondatezza, l’utilità; normativa, perché solo alla ragione si affida il compito e il diritto di prescrivere le leggi e i criteri in base ai quali si deve regolare e indirizzare la vita dell’uomo a livello sia teoretico sia pratico.

Questa affermazione relativa al PRIMATO DELLA RAGIONE alimenta in primo luogo la battaglia illuminista contro il pregiudizio, la superstizione, il fanatismo, il dogmatismo, contro tutto ciò che non essendo “secondo ragione” deve essere sconfitto e disperso. Bersaglio privilegiato di questa critica è il sistema delle religioni “positive”, ovvero delle religioni consolidate in dogmi, riti, apparati, alle quali gli illuministi contrappongono i principi propri di una religione naturale o razionale, vissuta come credenza in un essere superiore, credenza che ha come suo necessario corollario la tolleranza. E ancora, sul piano politico, il richiamo alla ragione e al diritto naturale guida la lotta contro i privilegi e le disuguaglianze fondate sulla nascita, contro il dispotismo dei sovrani e l’arroganza degli aristocratici, contro l’ingerenza del clero nel potere politico.
L’autonomia della ragione conduce inevitabilmente l’Illuminismo a negare valore alla trascendenza come fonte di verità, non in quanto si rifiuti la fede religiosa, ma in quanto si esclude che possa esservi un criterio normativo, nel sapere come nella morale, superiore a quello prodotto dalla ragione stessa. Inoltre, il movimento afferma con forza il diritto al libero esercizio della critica nei confronti della tradizione. In tal modo, l’Illuminismo imprime un’accelerazione potente al processo di laicizzazione e di secolarizzazione dei valori e della cultura iniziato con l’età moderna, scavalcando di gran lunga quei confini entro i quali si era mosso il razionalismo seicentesco. La ragione, difatti, non viene più vista come il possesso di idee o principi eterni, garantiti metafisicamente da Dio, ma come uno strumento di indagine e di ricerca della verità (che si basa sull’esperienza). Le lezione gnoseologica di Locke e quella metodologica di Newton (il quale intende il metodo come una spiegazione logico-scientifica valida per ogni fenomeno naturale) innervano tutto l’illuminismo europeo. In sostanza, alla metafisica si contrappone l’indagine dei processi conoscitivi, attenta alla lezione dell’esperienza e consapevole dei limiti dell’intelletto umano; ai “sistemi” si contrappone il tentativo di costruire sì una mappa del sapere unitaria, ma pazientemente delineata attraverso la connessione dei fatti e dei principi di ciascuna disciplina.

L’INTELLETTUALE ha un compito da realizzare: quello del “rischiaramento”. La sua opera trova un senso preciso quando tenta di indirizzare il corso delle cose nella direzione indicata dalla ragione. Destinatari di questa azione potranno essere i sovrani (per quegli illuministi che percorrono la via dell’assolutismo illuminato) o l’opinione pubblica, o entrambi: in ogni caso, una forte vocazione pedagogica sostiene queste convinzioni. Per gli illuministi, la filosofia altro non è che pubblica discussione, riflessione portata fuori dalle università e dalle accademie perché possa incidere profondamente sul mondo dei valori, della politica, delle idee.

La RAGIONE riveste, come visto, un ruolo da protagonista in tale contesto culturale. Il termine, fondamentale nel linguaggio filosofico, ha acquisito nella storia del pensiero una grande varietà di accezioni e di sfumature. Possiamo individuare due principali significati indicati dalla ragione stessa: facoltà del pensiero e guida dell’agire umano / fondamento ed essenza della realtà stessa. Intesa come facoltà, la ragione è tradizionalmente considerata come quel tratto distintivo dell’uomo rispetto agli animali, in quanto capacità di riflessione, argomentazione, discussione e di definizione della condotta pratica, in contrapposizione all’istintualità. In età moderna vi è una chiara ripresa del concetto di ragione come fondamentale facoltà conoscitiva, critica e operativa dell’uomo. Il pensiero moderno si qualifica dunque per la centralità del concetto di ragione, intesa come facoltà costruttiva del sapere, come guida suprema dell’agire e come somma istanza critica nei confronti di ogni tradizione e autorità. Questa centralità, logicamente, trova la sua massima espressione nell’Illuminismo, la cui istanza fondamentale e quella di ricondurre entro i limiti e i criteri di accettabilità fissati dalla ragione tutte le dimensioni dell’uomo, ivi inclusa quella religiosa. Tuttavia, diversamente da quanto potrebbe sembrare, l’epoca dei lumi non ha professato in alcun modo un culto ingenuo e acritico della ragione stessa, in quanto vi era la consapevolezza dei suoi limiti, essendo comunque facoltà propria di un essere finito come l’uomo. In tal senso rimane esemplare l’opera di Kant, che chiama di fronte al “tribunale della ragione” in primo luogo la ragione stessa, a rendervi conto delle sue procedure e delle sue ambizioni. Secondo il filosofo, l’intelletto ha il compito di unificare i fenomeni secondo regole, mentre la ragione detta le regole stesse e ne tenta l’applicazione all’intera realtà. Proprio qui, tuttavia, la ragione incontra il limite insuperabile della propria estensione, verificando l’impossibilità di una conoscenza che vada oltre i limiti dell’esperienza.

Le premesse settecentesche al movimento culturale che domina nel Settecento vanno ricercate nelle dottrine filosofiche dell’empirismo inglese, che con Francesco Bacone (1521-1626), John Locke (1632-1704) e David Hume (1711-76) ha individuato nell’esperienza l’insuperabile fondamento del pensiero umano. Locke nello specifico fissa nella politica il campo d’indagine su cui con più urgenza il teorico deve concentrarsi al fine di formulare nuove soluzioni che sostituiscano il modello assolutistico delle monarchie europee. Precedente storico da dover menzionare è anche il razionalismo cartesiano, da cui l’Illuminismo deriva la convinzione che tutti gli aspetti della realtà vadano indagati secondo il metodo delle scienze fisiche e matematiche. La più celebre applicazione del metodo analitico ad argomenti politico-sociali è il trattato del barone Charles Louis de Montesquieu (1689-1755), Lo spirito delle leggi (L’esprit des lois, 1748), nel quale si teorizza l’ancora oggi applicata divisione dei poteri dello Stato in legislativo, giudiziario ed esecutivo (di governo, quindi), da affidarsi a tre organi distinti affinché si equilibrino tra loro.
A posteriori, possiamo indubbiamente delineare una sorta di programma teorico comune alle molteplici iniziative culturali che, partendo dalla Francia, propagarono l’Illuminismo in tutto il continente europeo. Sostenendo la necessità per l’uomo di rischiarare il cammino della conoscenza servendosi esclusivamente dei lumi della ragione, i PHILOSOPHES francesi furono i primi intellettuali della storia occidentale a concepire l’indipendenza di ogni atto intellettuale o pratico dalla religione. Il laicismo, che ebbe esiti senz’altro dirompenti entro l’indagine politico-sociale (in quanto portò, con Rousseau, alla negazione della secolare fiducia nel diritto divino del sovrano), provocò di fatto un vero e proprio mutamento di prospettiva in tutti gli aspetti della cultura europea.

Il PHILOSOPHE, liberato dal peso intellettuale di un dio rivelato e dogmatico, fiducioso in una diffusa presenza della divinità nella natura (deismo) o del tutto ateo, crede nelle possibilità illimitate dell’individuo e della società di giungere a un grado di felicità elevato e sempre potenzialmente incrementabile (addirittura, la ricerca della felicità come diritto irrinunciabile degli esseri umani verrà inclusa nel preambolo della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti nel 1776).
Il LAICISMO, con la sua separazione della disciplina morale dalla fede religiosa, portò inoltre -con Voltaire- all’affermazione della tolleranza quale strumento fondamentale della convivenza, da cui l’attività legislativa e di governo non può prescindere. Proprio da tale principio derivano quegli ideali di libertà e di uguaglianza che animarono in tutta la seconda metà del secolo ogni serio tentativo di intervenire in merito a questioni civili o sociali che la Rivoluzione francese porterà alle estreme conseguenze.

Precedente Il dispotismo illuminato Successivo Una società in evoluzione