Verso la Grande Guerra: il potere ai militari

Verso la Grande Guerra: il potere ai militari.

Nell’agosto del 1914, quando la diplomazia europea mise nuovamente la sorte delle nazioni nelle mani dei militari, togliendo di conseguenza almeno parzialmente l’autorità ai civili, per molti non fu subito evidente il cambiamento che si stava profilando in tutto il complesso delle questioni e delle relazioni internazionali. A est del Reno, a Berlino, a Vienna e a Pietroburgo esistevano già delle corti militari sulle quali regnavano sovrani che raramente apparivano senza uniforme, e che si consideravano detentori di veri e propri feudi militari, angustiati dalla richieste sempre più insistenti di una riforma politica che appariva sempre più necessaria.

L’esercito aveva ricoperto un ruolo centrale nella difesa dell’ordine sociale e politico all’interno e all’esterno degli Stati per diversi decenni, e il diffuso costume dei Capi di Stato Maggiore di informare direttamente i re senza rivolgersi prima ad altri esponenti dell’amministrazione era al contempo un simbolo e uno strumento del potere di cui disponevano le alte sfere militari. Anche a ovest del Reno, dove comunque il senso della democrazia era indubbiamente più radicato, l’autorità dell’esercito era cresciuta di pari passo con l’intensificarsi della tensione internazionale, così come la sua autonomia di iniziativa. Quindi, la Gran Bretagna e la Francia non erano affatto impreparate a un’egemonia dei militari, quando l’attentato di Sarajevo aprì la crisi internazionale che sfociò nella Prima guerra mondiale.

Il governo francese, il 28 ottobre 1913, aveva reso noto un decreto che regolava la forma del controllo del potere politico sull’esercito, indicando chiaramente le rispettive aree di influenza dei politici e dei militari: “Il Governo indica l’avversario principale contro il quale deve essere rivolta la maggior parte delle forze del Paese. Distribuisce le forze e le risorse come necessario, ponendole a completa disposizione dei generali e degli ammiragli ai quali è stato affidato il comando delle operazioni militari sui vari fronti”. All’origine di un decreto come questo era il principio che una volta scoppiata la guerra gli uomini politici si sarebbero fatti da parte, lasciando la guida e la completa autonomia direttiva delle operazioni belliche ai tecnici militari.

In Inghilterra, Sir Henry Wilson, generale e politico britannico, riuscì ad arrivare a una situazione simile, grazie alla stretta e continua collaborazione che era riuscito a stabilire con la Francia. Ricordiamo che, nel 1904, le diplomazie di Francia e Inghilterra avevano appianato le loro rivalità riguardanti i territori coloniali in Nordafrica, gettando le basi per una più ampia collaborazione. Le due nazioni avevano così riconosciuto l’utilità di un’azione congiunta sullo scenario internazionale, senza escludere interventi per limitare le pretese di qualche altro concorrente, in particolare della Germania.

Iniziato che fosse il conflitto, anche i paesi democratici erano pronti a conferire maggiori poteri ai militari, in virtù della loro capacità di poter portare il Paese alla vittoria in un contesto tanto delicato. Questo atteggiamento rifletteva la persuasione che una situazione eccezionale quale era quella che si stava profilando, si sarebbe protratta per poco tempo. La facilità con la quale i popoli di tutti i grandi paesi scesi in guerra accettarono la realtà del conflitto, seppur con le dovute eccezioni, prima che i rispettivi governi chiarissero loro il perché di quando stava accadendo, si spiega in parte tenendo presente che l’opinione pubblica riteneva che per l’appunto il conflitto si sarebbe risolto rapidamente. Sistemi economici e sociali così complessi come quelli di allora non avrebbero potuto reggere situazioni eccezionali senza uscirne sconvolti.

L’Internazionale socialista si sfaldò nell’estate del 1914, quando ognuno dei partiti nazionali che la componevano manifestò la propria ostilità contro il nemico del rispettivo paese, rompendo il fronte compatto di opposizione alla borghesia internazionale: anche questo era un prodotto della ventata di patriottismo e di sciovinismo che spazzava l’Europa, conseguenza essa stessa della ferma persuasione di ognuno dei principali Stati contendenti che, data la minaccia portata alla patria, il ricorso alle armi fosse l’unico modo per evitare una sottomissione devastante ad avversari rapaci.

Non ci fu comunque cinismo nel modo con cui ogni paese chiese l’apporto dei propri cittadini. Ogni nazione fu pertanto in grado di attingere a tutte le sue risorse, anche a quelle sulle quali non avrebbe creduto di poter contare, rendendo possibile un prolungamento della guerra non per settimane o per mesi, ma addirittura per anni. Il processo di rieducazione che i popoli subirono nel corso della guerra era destinato ad essere macchinoso, tragico, e a lungo andare di enorme importanza e impatto.

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