Una società in evoluzione

Il Settecento è in tutta Europa, sia pure con logiche differenze da Stato a Stato e da regione a regione, un secolo di netto e importante sviluppo economico.

Il primo fattore da rilevare rispetto a questa nuova fase vissuta dall’economia europea è costituito dal generale aumento demografico, che si mantenne costante per tutto l’arco del secolo facendo passare da 114 a 180 milioni la popolazione del continente. Tra le molteplici cause di questo sviluppo va innanzitutto annoverato il progresso scientifico che fin dal secolo precedente aveva dato un notevole impulso alla ricerca del dominio della natura da parte dell’essere umano. La conseguenza pratica più evidente del progredire delle conoscenze mediche fu, dal secondo decennio del secolo, un deciso miglioramento delle condizioni igenico-sanitarie della popolazione, cui tengono dietro una netta riduzione della mortalità infantile e una maggiore resistenza alla diffusione delle epidemie, nonché la possibilità di prevedere e arginare i pericoli di grandi carestie grazie al costante miglioramento delle capacità produttive in agricoltura.

L’incremento demografico venne naturalmente favorito dalla cessazione delle guerre lunghe e sanguinose che avevano caratterizzato i secoli precedenti, il che rese anche possibili delle importanti iniziative tese ad un più razionale sfruttamento agricolo dei suoli che vennero intraprese nelle varie realtà regionali europee, con indirizzi e soluzioni differenti. Tali iniziative si rivelarono funzionali al tentativo di dare delle risposte efficaci al principale effetto dato dall’incremento demografico, ossia l’aumento della domanda di beni alimentari e di prima necessità.

Nel corso del secolo, due furono le soluzioni del problema agricolo tentate nei vari territori europei: da un lato lo sfruttamento estensivo del territorio (ovvero l’aumento della superficie destinata alla coltivazione); dall’altro il suo sfruttamento intensivo (ovvero l’aumento di produttività dei terreni coltivati), reso possibile da nuove conoscenze e tecnologie di cui fu artefice soprattutto l’Inghilterra.
Proprio l’Inghilterra, nel corso del XVIII secolo, fu lo Stato europeo che più di ogni altro si dimostrò all’avanguardia in campo politico ed economico, riuscendo a realizzare quelle trasformazioni produttive e sociali che costituiranno la base della civiltà nei secoli successivi. Il consolidamento della monarchia costituzionale (una forma istituzionale che costituì a lungo un caso unico nell’Europa dell’assolutismo) favorì il prestigio politico ed economico della classe imprenditoriale inglese che, arricchita dallo sfruttamento delle colonie, rivolse l’attenzione a un razionale ed efficace sfruttamento agricolo del territorio attraverso l’eliminazione delle zone incolte (anche attraverso l’adozione della coltura di prodotti fino ad allora tipicamente coloniali, come ad esempio la patata) e con il sistema della coltivazione intensiva. La bonifica dei territori, la scoperta delle qualità fertilizzanti delle leguminose da prato (il trifoglio e l’erba medica, utilizzati come foraggio), l’iniziativa di trasformare i pascoli e i boschi in proprietà private coltivabili e recintate (enclosures), furono tutti elementi che portarono l’Inghilterra alla realizzazione di una vera e propria rivoluzione agraria in senso capitalistico, con effetti dirompenti su tutto il sistema economico europeo. Tuttavia, chi soffrì fortemente le conseguenze di tutto questo furono i ceti rurali più poveri, i quali persero anche quei già modesti proventi che traevano dall’uso collettivo dei terreni ora recintati.

La costante necessità di rinnovare i sistemi di produzione portò con sé una notevole spinta alle innovazioni tecnologiche, che finirono per mutare radicalmente non solo il lavoro agricolo (ad esempio attraverso l’invenzione delle macchine trebbiatrici e sarchiatrici), ma anche quello manifatturiero. L’introduzione di nuovi strumenti come la filatrice e il telaio meccanici favorì in particolar modo il settore tessile, che nella seconda metà del secolo assunse proporzioni e procedure industriali. Il tutto, nel complesso, innescò una logica reazione a catena nell’approfondimento della ricerca tecnologica e nell’allargamento dei settori nei quali essa può operare e dai quali dipende, principalmente quello metallurgico (indispensabile per la produzione degli strumenti meccanici) e quello minerario (indispensabile per il rifornimento di carbone, elemento essenziale per alimentare le macchine, e di ferro, per costruire le stesse). I tre settori (tessile, metallurgico e meccanico) ricevettero l’impulso decisivo nel 1769 attraverso l’invenzione della macchina a vapore. Questo sostituì la spinta dell’acqua (o del vento) come forza motrice dei macchinari e, con i successivi perfezionamenti tecnici, andò a costituire la base dell’industrializzazione europea.
L’Inghilterra, come detto, fu dunque il primo Paese a conoscere, nel volgere di circa ottant’anni, le decisive modificazioni economico-produttive che nei decenni successivi (anche in Italia, con notevole ritardo) interesseranno tutto il continente, estendendosi poi anche alle colonie che nel corso del XVIII secolo otterranno l’indipendenza (gli Stati Uniti d’America).

Da questi mutamenti della struttura economica e, in particolare, in seguito alla razionalizzazione e alla concentrazione della proprietà agricola attraverso le enclosures, al tramonto della manifattura domestica e alla maggior disponibilità di lavoro nelle aree urbane interessate dai nuovi insediamenti industriali, trae origine l’urbanesimo, ossia quel processo di spostamento di grandi masse di popolazione dalle campagne alle città: un fenomeno sociale destinato a mutare radicalmente la distribuzione della popolazione europea nel corso del XIX secolo, ma i cui prodromi l’Inghilterra conobbe già nella seconda metà del Settecento. Tutto ciò contribuì alla formazione, nel corso del secolo stesso, di una nuova classe sociale legata non più alla terra, ma alla fabbrica: il proletariato. La condizione socio-economica di questa sarà al centro della cosiddetta <>, sollevata proprio dall’inedita convivenza nella medesima realtà spaziale (la città) di stratificazioni sociali differenti, se non addirittura opposte (padroni e operai, capitalisti e nullatenenti), ma, nel nuovo sistema economico che si era andato a creare, dipendenti sempre più strettamente l’una dall’altra per la reciproca sopravvivenza.

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