Il dispotismo illuminato

Dispotismo illuminato: espressione che riassume l’insieme delle politiche di alcuni sovrani settecenteschi volte a riformare la macchina dello Stato per creare una maggiore efficienza politica, economica e benessere generale, con la finalità di andare a preservare e conservare il proprio potere sovrano assoluto. Tali sovrani (Caterina II, Giuseppe II, Federico II) vennero sovente consigliati da pensatori illuministi nell’esplicare la propria azione.

Il contrasto tra i nuovi orizzonti economici, le speranze di rinnovamento e l’assetto reale di una società che continuava ad essere radicata nella politica di potenza e nella guerra fecero nascere nei gruppi più avanzati, tra i sovrani e tra gli intellettuali, l’esigenza di ridurre le differenze tra teoria e pratica: emerse così l’idea delle riforme. Gli intellettuali volevano porre l’onnipotenza dello Stato al servizio della Ragione: i prìncipi intendevano modernizzare la società, ma anche rafforzare la propria autorità governativa. Per uscire dall’isolamento, accettarono di buon grado l’alleanza con i rappresentanti dei nuovi ceti. Capivano che in tal modo avrebbero allargato la base del loro potere e contemporaneamente avrebbero contribuito ad isolare i loro rivali dell’età medievale: la Chiesa e la nobiltà. Non vi era la volontà di arrivare ad un effettivo scontro mortale, ma il potere delle due componenti sopracitate doveva essere essenzialmente limitato, non distrutto. Nonostante le dichiarazioni teoriche, non potevano scardinare l’edificio del Medioevo, e non potevano fare a meno del feudalesimo così inestricabilmente intrecciato con i poteri dello Stato, a tutti i livelli, tanto al centro quanto in periferia. I principi riformatori non potevano neppure fare a meno della religione. Cercarono di sottomettere la Chiesa al loro controllo, ma con la Curia e col papa continuarono a stabilire concordati che riconoscevano pari dignità e pari sovranità tanto alla Chiesa che allo Stato. Per queste ragioni le riforme si limitarono, in tutti i campi, ad eliminare gli abusi, a migliorare un sistema che nessuno pensava a distruggere o a sostituire.

Il modello dei principi rimase quello dell’assolutismo, guidato dalla Ragione (assolutismo illuminato), che ribadiva le prerogative sovrane. Tutto il potere rimase ai vertici più elevati.

Nella seconda metà del secolo si distinsero in Europa le figure dei cosiddetti <>. Federico II di Prussia e Caterina II di Russia approntarono un’attività politico-amministrativa incentrata su un cauto riformismo, associandola a personalità dotate di cultura profonda, aprendo così a istanze moderne e alla creazione di stretti rapporti con alcuni dei maggiori rappresentanti dell’Illuminismo europeo.

L’enorme dispendio di risorse provocato dalle guerre del Settecento mise in evidenza come -fatta eccezione per la Prussia, che si era impadronita della ricchissima Slesia- l’unica potenza che uscì economicamente illesa fu la Gran Bretagna. Non fu il risultato di una casualità, bensì di un fenomeno che doveva esser fatto risalire al particolare e moderno assetto capitalistico della sua economia, ai princìpi liberisti che la ispiravano, alla struttura borghese della sua amministrazione politica e burocratica.
Il modello inglese non poteva applicarsi sul continente, dove le grandi potenze non avevano conosciuto uno sviluppo capitalistico all’intera economia. I deficit di bilancio dovevano dunque essere affrontati adattando alcuni aspetti di quel modello alle specifiche esigenze delle società europee.
Si rivelava necessaria l’apertura di nuovi spazi di mercato attraverso misure liberiste, bisognava incrementare rapidamente l’efficienza della macchina amministrativa per rafforzare l’assolutismo politico, e i privilegi locali di origine medievale dovevano esser minimizzati al limite del possibile. Difatti, l’ostacolo vero e proprio rispetto all’avvio di forze di mercato propulsive per l’economia era l’esistenze di un’economia rurale paralizzata da vincoli giuridici di tipo feudale collegati alla presenza di privilegi nobiliari.

Prussia:
Come altri Paesi europei, anche la Prussia inventò la propria formula nel tentativo di conciliare assolutismo e necessità di introdurre riforme. Specialmente con Federico II il Grande, venne continuato quel cammino volto ad una modernizzazione/centralizzazione dello Stato. Federico II, che guardava all’Inghilterra per comprendere come muoversi al meglio, intuì che le riforme sarebbero dovute partire in primo luogo dalle campagne. Favorì pertanto la diffusione di nuove tecniche agronomiche (uso dei fertilizzanti, selezione delle sementi, tecniche di rotazione) importate dalla stessa Inghilterra, dove era in corso la “rivoluzione agricola”; liquidò i residui dell’economia di villaggio che, fondata sulla proprietà collettiva della terra, ostacolava ogni tentativo di razionalizzazione produttiva; eliminò diversi aspetti giuridici legati alla servitù della gleba.
Tuttavia, i rapporti di dipendenza semifeudale dei contadini dai grandi proprietari terrieri rimasero sostanzialmente inalterati. Le misure di razionalizzazione agricola, inoltre, furono limitate ad aree marginali, in modo tale da non andare a toccare gli interessi dei grandi proprietari. Federico II promosse inoltre la fondazione della Compagnia commerciale del Baltico (1772), offrì incentivi a quei proprietari fondiari che stavano introducendo migliorie tecniche nella coltivazione delle loro terre, fondò la Banca di Stato (1765) con sede a Berlino e cercò di promuovere lo sviluppo delle industrie mineraria, metallurgica, del legname e della seta. Sotto l’aspetto culturale, promosse le arti e le scienze, intervenne sull’istruzione (rendendola obbligatoria per ogni ceto a tredici anni e aprendo nuove scuole), e fece dell’Accademia delle Scienze di Berlino uno dei più prestigiosi centri intellettuali d’Europa.

Impero Asburgico:
Maria Teresa d’Asburgo avviò un vasto programma di riforme coadiuvata dal suo primo ministro, il principe Wenzel Anton von Kaunitz-Rietberg (1711-94). Venne innanzitutto creato un Consiglio di Stato volto a coordinare l’azione dei diversi ministeri. L’economia e la società rurale furono indubbiamente i settori dove l’azione di Kaunitz risultò maggiormente incisiva.
Incisiva fu dunque l’azione riformatrice perseguita da Maria Teresa d’Asburgo e da suo figlio Giuseppe II (che, salito al trono imperiale alla morte del padre, nel 1765, governa insieme alla madre fino alla morte di lei, avvenuta nel 1780, e poi autonomamente fino al 1790). Maria Teresa procedette alla centralizzazione amministrativa dell’impero, attuò una politica di risanamento economico, istituì un esercito permanente e patrocinò diverse iniziative finalizzate alla stesura di una legislazione innovativa anche entro l’ambito scolastico. L’istruzione venne resa pubblica e obbligatoria alle scuole elementari, si procedette alla creazione di un’esclusiva scuola superiore (Theresianum) per i funzionari pubblici, e l’Università di Vienna venne posta sotto il controllo statale.
Di maggiore intransigenza riformatrice, e per certi aspetti più avventata, fu l’attività di Giuseppe II, il quale abolì la tortura nel 1772 e la servitù ereditaria dei contadini nel 1782, come anche revocò l’esenzione fiscale ai nobili. Particolarmente decisa e radicale fu la politica indirizzata a limitare i privilegi della Chiesa cattolica (1781- emanazione Editto di tolleranza, con cui venne concessa la libertà di culto a luterani e greco-ortodossi). Tale politica antifeudale e giurisdizionalista (ovvero volta a distinguere i poteri dello Stato da quelli della Chiesa, limitando questi ultimi) incontrò non poche opposizioni, che in alcune parti dell’Impero (Ungheria e Paesi Bassi) provocò il sostanziale fallimento delle riforme giuseppine.
Lo spirito laicizzante di Giuseppe II si spinse fino a trasformare vescovi e preti in funzionari di Stato regolarmente stipendiati, a rendere il matrimonio un rapporto giuridico contrattuale (possibilità di divorzio per i non cattolici) e a varare un nuovo codice penale che introduceva il principio dell’uguaglianza delle pene per tutti.

Impero Russo:
Caterina II (1762-1796), di cultura occidentale e di formazione illuministica, per far fronte alle difficoltà finanziarie causate dalla guerra, confiscò i beni della Chiesa ortodossa, sopprimendo 352 monasteri, rendendone altri 400 dipendenti dai sussidi statali e lasciando la sorte di una minima parte alla carità dei fedeli. I proventi di questa operazione furono destinati al risanamento del deficit pubblico e a investimenti nell’istruzione, dando così conto di una sovrana riformatrice e assertrice della necessità di andare a modernizzare lo Stato sottraendolo all’influenza della grande nobiltà ancora feudale. Questa immagine venne rafforzata anche dal fatto che la sovrana intratteneva eccellenti rapporti personali con alcuni degli esponenti più in vista dell’Illuminismo europeo (come ad esempio il filosofo Diderot).
Nominò nel 1767 una Commissione legislativa mista di 573 membri, composta non solo da proprietari fondiari nobili, ma anche da rappresentanti delle città e dei contadini liberi delle terre demaniali, allo scopo di progettare una riforma del codice delle leggi. Tuttavia, i lavori della commissione non approdarono ad alcun testo, e per questo venne sciolta l’anno successivo. L’evidente inerzia della Commissione e la grande rivolta rurale (rivolta contadina guidata da un cosacco del Don, Emel’jan Pugacev, che aveva portato alla formazione di uno effimero Stato autonomo cosacco, sconfitto nel 1775 dopo una feroce repressione) segnalarono che il vero nodo dello sviluppo economico russo erano le campagne feudali, dove dominava quella servitù della gleba di cui Pugacev non a caso aveva invano tentato di decretare la fine. I tentativi di promuovere nuovi insediamenti industriali e di rendere più efficiente l’apparato amministrativo mediante una riforma dei governatorati attuati da Caterina II si scontrarono inesorabilmente proprio con questa realtà, perdendo inevitabilmente la loro forza d’azione. La sovrana, del resto, non toccò mai l’assetto giuridico vigente nella campagne. Dunque, non soltanto la struttura esistente relativa all’esistenza della servitù della gleba non venne in alcun modo modificata, ma addirittura ai nobili furono riservati nuovi privilegi, quali, per esempio, l’immunità fiscale e il diritto di disporre di propri tribunali.

Sotto il regno di Carlo III di Borbone, la Spagna mosse timidamente i primi passi verso il rafforzamento del centralismo amministrativo e politico. Una parte dei grandi latifondi improduttivi fu riconvertita alla coltivazione di grano, vennero poi abolite le barriere doganali interne e venne aperta l’attività amministrativa a funzionari di estrazione borghese.
In Portogallo, la politica economica diretta dal re Giuseppe I mirò in sostanza alla limitazione del potere della Chiesa, ma soprattutto si espresse nel tentativo di stimolare lo sviluppo dell’economia brasiliana favorendo la creazione di due compagnie mercantili per avviare lo sfruttamento del bacino del Rio delle Amazzoni. Tale strategia venne osteggiata dai gesuiti, che in quella colonia avevano impiantato delle comunità indios fondandole su un carattere egualitario e comunitario, dove era sconosciuto il lavoro servile, e dove ogni tentativo veniva fatto per impedire l’uso degli indios quali schiavi nelle miniere e nelle piantagioni. Il marchese Pombal (braccio destro di Giuseppe I) decise di risolvere il problema in modo radicale: difatti, dopo aver accusato i gesuiti di congiura contro lo Stato, sciolse la Compagnia facendone incamerare i beni allo Stato. La messa al bando dei gesuiti fu seguita anche da altri governi europei (Spagna, Francia, Regno di Napoli, Ducato di Parma), in quanto la Compagnia costituiva una sorta di corpo separato capace di interferire con la politica degli Stati. Papa Clemente XIV dovette dunque sciogliere l’ordine, che verrà ricostituito nel 1814.

Italia:
L’opera riformatrice in campo amministrativo e politico promossa dall’assolutismo si sviluppò all’incirca dal 1750 al 1790 ed ebbe come centri principali la Lombardia austriaca, il Granducato di Toscana e, seppur in misura inferiore, il Regno di Napoli.
Nel Ducato di Milano venne inoltrata per volontà del cancelliere austriaco Kaunitz una vera e propria svolta riformatrice, che andò ad investire diversi settori della vita economica e civile. In campo finanziario venne liquidato nel 1770 il sistema di riscossione delle imposte basato sulla concessione dell’esazione tributaria a finanzieri privati, mediante gare di appalto. Vennero inoltre soppresse le corporazioni, abolite le dogane interne, confiscate le terre di molti conventi e soppressi gli ordini contemplativi. Nel settore amministrativo venne realizzata una riforma storica, forse la più all’avanguardia di quegli anni: la compilazione di un nuovo catasto finalizzato ad una distribuzione più equa il peso contributivo dei proprietari di beni fondiari, a fissare in modo puntuale il reddito imponibile ai fini del prelievo fiscale e naturalmente a incrementare il gettito fiscale. Vennero anche previsti incentivi fiscali per quei possidenti che avessero introdotto nuove piantagioni o migliorie tecniche per rendere più efficiente la produzione agricola ovvero per quelle terre che, precedentemente incolte, fossero state messe a coltura. A livello culturale vennero fondate delle Scuole Palatine a Milano, venne introdotta una riforma relativa all’Università di Pavia, e inaugurato nel 1778 il Teatro alla Scala.
Nel Granducato di Toscana lo slancio riformatore settecentesco trovò forse la sua più completa e progressiva espressione. Questo fu retto da Pietro Leopoldo, figlio di Maria Teresa, per venticinque anni, dal 1765 al 1790. Le scelte da lui attuate si qualificarono immediatamente per il loro evidente carattere radicale. Inoltrò alcune misure di politica liberista, come ad esempio l’eliminazione delle dogane interne, la liberalizzazione del commercio dei grani, la liquidazione delle corporazioni, la libertà di esportazione; introdusse una riforma amministrativa che decentrava i poteri a favore di organismi municipali locali, cui si aggiunse la soppressione del sistema degli appalti per la riscossione tributaria e l’unificazione del sistema fiscale mediante l’introduzione di un’imposta fondiaria; promosse la bonifica della Maremma e della Val di Chiana. All’iniziativa del granduca si deve anche l’emanazione di una Riforma della legislazione criminale (1786), la quale istituì un nuovo codice penale ispirato alle idee promosse da Cesare Beccaria. Tale codice sancì l’abolizione della pena di morte (sostituita dai lavori forzati) e della tortura. In campo ecclesiastico Pietro Leopoldo non fu meno incisivo. Alla soppressione di molti conventi seguì il varo di un progetto di riforma nel quale si proponeva di abolire tutti i diritti ecclesiastici di origine feudale lasciando ai vescovi il compito di finanziare le parrocchie. Tuttavia, tale proposta venne bocciata nel sinodo diocesano di Pistoia del 1786 dalla maggioranza dei vescovi toscani.
Nel Regno di Napoli, il programma di riforme fu portato avanti da Carlo di Borbone (re di Napoli e di Sicilia dal 1734 al 1759, anno in cui ottenne la corona di Spagna con il nome di Carlo III). Venne stipulato nel 1741 un concordato con la Chiesa romana in base al quale furono ridotti i privilegi fiscali del clero, introdotto il pagamento di imposte (seppur in misura ridotta alla metà della norma corrente), e vennero affiancati dei giudici di Stato a quelli operanti nei tribunali ecclesiastici. Il tentativo di limitare il potere dell’aristocrazia risultò invece troppo timido.

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