I philosophes: gli uomini dell’Illuminismo

Gli uomini dell’Illuminismo amavano definirsi semplicemente philosophes, <>, e certamente la sottolineatura nella parola era sul suo senso etimologico: <>. Possiamo indicare in loro degli intellettuali senza timore di smentita: è stato infatti il loro modo di interpretare il ruolo di uomini di cultura a dare statuto d’autonomia a questa funzione e a questa figura.
L’Illuminismo, pur nelle sue profonde differenze di articolazione, ha alcuni elementi comuni che permettono di identificarlo come linea portante della cultura settecentesca che dalla Francia si irradia in tutta Europa: troviamo in primo luogo quell’antipatia per le grandi costruzioni teoriche che pretendono di comprendere e spiegare ogni realtà dall’alto della loro astratta completezza, a cui la nuova filosofia contrappone l’osservazione empirica dei fatti. Inoltre, la presa di distanza dagli assoluti e la fiducia nella ragione che è dote propria di tutti gli esseri umani e che contrasta l’ignoranza, la vera origine dell’infelicità e delle ingiustizie, un male necessariamente da combattere attraverso l’esplicazione costante e continua della razionalità.

<>. E accanto a questo coraggio di indagine personale e di ricerca della conoscenza sta l’assunzione di responsabilità verso la società: il philosophe insegna, rischiara attraverso il sapere il popolo, guida con le sue conoscenze le scelte dei principi di cui non è più servo, ma consigliere indispensabile e libero. L’uomo, fondamentalmente, è alla ricerca della felicità sia pubblica che privata, e compito della conoscenza è di illuminare la strada comune. Proprio per questo l’intellettuale illuminista non si rifugia nel piacere di studi solitari, né programmaticamente difende il loro elitarismo: il philosophe viaggia, conosce e ama farsi conoscere, frequenta quei salotti culturali in cui vengono prodotti i nuovi contenuti culturali, e comunica le proprie scoperte e idee nelle Accademie. Ma soprattutto l’intellettuale illuminista progetta metodi innovativi di educazione pubblica diffusa, e divulga.

La cultura illuminista è tesa a mettere a disposizione di un pubblico medio il sapere moderno, soprattutto scientifico e tecnico: un’operazione come quella dell’Enciclopedia ha proprio questo significato, e intende dare una vera e propria immagine globale, disegnata con sistematicità. Le voci che vanno a comporre i 17 volumi dell’Enciclopedia tracciano infatti i collegamenti tra settori di conoscenza di cui non si nega la specificità, mostrano la sistematicità inerente alle discipline e al loro intrecciarsi a riprodurre un modello del mondo in cui tutti rinvia a tutto (circolarità della conoscenza). L’Enciclopedia dà spazio preponderante alle voci di carattere scientifico, storico, politico e ridimensiona la presenza degli studia humanitatis (Umanesimo) il cui secolare prestigio era già stato fortemente minato dalla rivoluzione scientifica secentesca. Soprattutto essa presenta voci tecniche per compilare le quali sono stati consultati operai e meccanici, come scritto dagli stessi enciclopedisti, e sono stati costruiti modelli delle macchine e degli utensili presentati nelle tavole illustrate che integrano il testo.
Divulgare significa allargare il raggio d’influenza della ragione, significa mettere in costante confronto critico le idee, imparare a relativizzarle, imparare a confrontarsi con tolleranza con le opinioni più diverse, allargare i propri orizzonti: la parola opinione diventa una delle chiavi simboliche di questo nuovo atteggiamento culturale, perché è parola meno roboante ma che nello stesso tempo impegna maggiormente chi la esprime ad assumersene la responsabilità.

Chi sono questi philosophes? Voltaire, Diderot, d’Alambert, il giovane Rousseau prima della rottura con gli amici parigini…
Sono per lo più d’origine borghese, sono uomini e donne perché la cultura illuminista è, insolitamente per l’epoca, aperta anche alle dame che sono poi spesso le stesse signore che organizzano i salotti, che scrivono e dibattono anche della loro condizione femminile (tanto che ad esempio una di loro, Olympe de Gouges, prima di cadere vittima della ghigliottina farà a tempo a scrivere una <> che risponde alla <>).
I philosophes sono scrittori, come fu soprattutto Voltaire, che si occupa di storia come di casi legali e usa per la letteratura la stessa penna acutissima con cui scrive di filosofia. Sono fisici e matematici: ad esempio come d’Alambert, che si immerge completamente nel lavoro dell’Enciclopedia sia come estensore di molte voci, sia come organizzatore di un lavoro editoriale tutt’altro che semplice, trovando anche il tempo per un saggio importante e lucido sul rapporto tra intellettuali e potere. E sono figure difficilmente inquadrabili in una specifica specializzazione, come Diderot, che scrive romanzi, saggi di gnoseologia, viene imprigionato per ateismo, fonda l’Enciclopedia, si occupa di scienze naturali e di costume, e poi collabora con Caterina di Russia, riflette sul rapporto con i sovrani illuminati, si interessa di critica d’arte…

La cultura dei philosophes fu, dunque, una stagione fecondissima dell’Illuminismo francese che lasciò dietro di sé un’eredità inquietante per scienziati e letterati: quella cultura mostrava che la presenza attiva degli uomini di cultura nel loro tempo era capace di indirizzare l’opinione pubblica, di offrire strumenti ai grandi movimenti rivoluzionari, di partecipare come voce libera e autonoma al farsi della storia e del costume sociale. L’esperienza dei philosophes tracciava una via difficile e soggetta a non pochi problemi per gli intellettuali che sarebbero seguiti, nell’Ottocento e nel Novecento.

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