I poteri del Senato. Cosa cambia?

Il disegno di legge di riforma costituzionale promossa dal ministro Boschi prevede una forte riduzione dei poteri del Senato, che avrà come conseguenza principale la fine del bicameralismo perfetto, cioè la forma parlamentare in cui le due Camere hanno sostanzialmente uguali poteri e uguali funzioni (un sistema che, oltre la Romania, non ha nessun altro paese in Europa).

Il nuovo Senato non darà la fiducia al governo, che quindi per insediarsi e operare avrà bisogno soltanto del voto della Camera. Queste modifiche sono contenute in particolare nel nuovo articolo 70 della Costituzione. Il procedimento bicamerale, però, non scompare del tutto, e rimane in vigore per un numero limitato di ambiti in cui i poteri a disposizione del Senato rimangono pressoché immutati, ovvero:
Riforme costituzionali e leggi costituzionali;
Leggi di ratifica dei trattati dell’Unione Europea;
Leggi sulla tutela delle minoranze linguistiche;
Leggi che riguardano i referendum popolari e le altre forme di consultazione;

Leggi sui casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore;
Leggi che stabiliscono le modalità di elezione dei senatori;
Leggi sulle funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane (compresa Roma Capitale);
Leggi sulle forme particolari di autonomia regionale (cioè le regioni a statuto speciale), sulle elezioni regionali e sui rapporti tra regioni e stati esteri;

In tutti gli altri ambiti, la Camera legifererà in maniera autonoma: per approvare una legge, quindi, basterà solo il suo voto. Un terzo dei senatori potrà chiedere che vengano apportate modifiche dopo l’approvazione della legge, ma la Camera potrà respingere le modifiche proposte con un voto a maggioranza. Nel caso della legge di bilancio, il Senato la esaminerà sempre, anche se non ne fanno richiesta un terzo dei suoi membri, ma le proposte di modifica potranno essere respinte a maggioranza semplice dalla Camera. Tra le altre competenze rimaste al Senato ci sono la partecipazione all’elezione di due giudici costituzionali, del presidente della Repubblica e dei membri laici del Consiglio superiore della magistratura.

Il contenimento delle spese:
La campagna elettorale a favore del “Sì” ricorda spesso i risparmi che si otterranno dalla riforma del Senato per favorire la propria causa. Si tratta di cifre contestate dall’opposizione e, in ogni caso, piuttosto basse. Il governo ha parlato di circa 150 milioni di euro, la ragioneria dello Stato di circa 50 e le opposizioni di 40 o meno. È chiaro comunque che la riforma porterà inizialmente a un risparmio di alcune decine di milioni di euro, che potrebbero aumentare in futuro se il personale del Senato sarà ridotto di numero, come è avvenuto con i senatori.

La fine del bicameralismo perfetto
I sostenitori del “Sì” dicono che la riforma permetterà di semplificare le procedure parlamentari e quindi di far approvare le leggi più rapidamente, soprattutto grazie alla fine del bicameralismo perfetto. In realtà, oggi è difficile fare previsioni su questo tema. Molto ad esempio dipenderà dai nuovi regolamenti parlamentari che saranno adottati dalle due Camere, che determineranno numerosi dettagli non esplicitati dal testo della riforma.

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