“Le rivoluzioni borghesi (1789-1848)”, di E. J. Hobsbawm

Eric John Ernest Hobsbawm (Alessandria d’Egitto, 9 giugno 1917 – Londra, 1º ottobre 2012), storico e scrittore britannico, ha scritto un testo molto interessante, intitolato “Le rivoluzioni borghesi (1789-1848)”, all’interno del quale affronta con estrema dedizione la tematica che abbiamo accennato nel precedente articolo, relativa alle linee guida che vennero seguite dai sovrani europei per ridisegnare la cartina dell’Europa in seguito alla caduta del dominio di Napoleone.

“Nelle proprie opere, Hobsbawm presenta una visione della storia “dal basso”, che, partendo da episodi minori legati alla vita delle persone riesce, mettendo insieme infiniti tasselli, a raffigurare il quadro storico dell’epoca analizzata in maniera totalmente innovativa ed affascinante. La storia così di un’epoca diventa, per Hobsbawm , la somma tendente all’infinito dei ricordi umani e della loro interazione. Al riguardo Hobsbawm ebbe modo di scrivere:

« La memoria è vita. Essa è in perpetua evoluzione. Rimane a volte latente per lunghi periodi e poi ad un tratto rivive. La storia è la ricostruzione sempre incompleta e problematica di quello che non è più. La memoria appartiene sempre al nostro tempo e forma un eterno presente. La storia invece è rappresentazione del passato. »

(Eric Hobsbawm, L’Età degli imperi)

Questa visione “sociale” della storia rende lo stile narrativo dello storico estremamente scorrevole, veritiero ed affascinante e lo porta, al fine di descrive un’epoca storica, a sconfinare dalla musica all’arte, passando per lo sport e la moda e gli intrattenimenti dell’epoca. Tale stile, contrapposto se si vuole allo storiografia classica, rende Hobsbawm uno storico facilmente comprensibile e quasi un sorta di narratore-scrittore in prima persona”. (fonte: Wiki)

Qui di seguito un breve estratto del testo scritto da Hobsbawm:
“Dopo più di vent’anni di guerre e di rivoluzioni quasi ininterrotte, gli antichi regimi, che ne erano usciti vittoriosi, si trovarono ad affrontare problemi particolarmente difficili e pericolosi concernenti la stipulazione e il mantenimento della pace. Si dovevano spazzar via i detriti di due decenni, si dovevano ridistribuire i territori conquistati. E, soprattutto, ogni statista intelligente si rendeva chiaramente conto che d’ora in poi in Europa nessuna guerra di notevoli proporzioni sarebbe stata più tollerabile: una tale guerra, infatti, avrebbe significato quasi certamente una nuova rivoluzione e, di conseguenza, la distruzione degli antichi regimi […]

E furono anche insolitamente fortunati. Non si ebbe, infatti, in Europa alcuna guerra generale o alcun conflitto armato tra grandi potenze in tutto il periodo che intercorse tra la sconfitta di Napoleone e la guerra di Crimea del 1854-1856. Anzi, a parte questa, non si ebbe, in tutto il periodo dal 1815 al 1914, alcuna guerra nella quale fossero coinvolte più di due potenze. Il cittadino del secolo XX può ben apprezzare tutta l’importanza di questo fatto. Esso fu tanto più rilevante in quanto la scena internazionale era tutt’altro che tranquilla e le occasioni di conflitto abbondavano. I movimenti rivoluzionari sconvolsero periodicamente la stabilità internazionale faticosamente conquistata: subito dopo il 1820, specialmente nell’Europa meridionale, nei Balcani e nell’America latina, dopo il 1830 nell’Europa occidentale (soprattutto in Belgio); e, ancora una volta, alla vigilia della rivoluzione del 1848 […]

La sistemazione dell’Europa dopo le guerre napoleoniche non fu né più giusta né più morale di qualunque altra, ma dati gli scopi del tutto antiliberali e antinazionali (cioè antirivoluzionari) di coloro che la attuarono, fu certo una sistemazione realistica e sensibile…”

Continua nel prossimo articolo…

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