La ‘grande paura’

Nel 1932 Georges Lefebvre scrisse un saggio sulla ‘grande paura’, che contribuiva a mostrare come gli avvenimenti assumano importanza soprattutto per il modo secondo il quale gli uomini se li rappresentano entro i propri schemi mentali.

Georges Lefebvre (1874 – 1954) rappresenta una delle personalità più rilevanti all’interno della storiografia francese. Al centro dei suoi studi pose le trasformazioni avvenute negli strati più poveri della popolazione nel corso della Rivoluzione, con una particolare attenzione verso la situazione delle campagne, come è possibile rilevare sin dalla sua tesi di dottorato del 1924 dal titolo Les paysans nord pendant la revolution (“I contadini del nord durante la rivoluzione”). Qui compaiono già le due direttrici fondamentali seguite da Lefebvre nel corso di tutte le sue ricerche: un’analisi approfondita di migliaia di documenti e l’ideologia marxista.

Lefebvre sottolineò infatti costantemente il valore dell’indagine erudita, rifiutando però una dimensione di neutrale oggettività, facendo della sua formazione marxista una componente essenziale del suo metodo storiografico. Il suo punto di vista soggettivo viene dichiarato esplicitamente nella prefazione de La grande paura del 1789, in cui scrive: “si troverà senza dubbio legittimo che, cercando di spiegare la grande paura, abbia tentato di

pormi tra coloro che l’hanno sperimentata”. Lefebvre si collega così alla storiografia sociale della Rivoluzione francese, che aveva i suoi maestri in Albert Mathiez e Jean Jaurès, di cui era profondo ammiratore. Proprio da quest’ultimo accolse la scelta di studiare la Rivoluzione non più “dall’alto”, attraverso l’attività dell’assemblee parlamentari e dei club, ma “dal basso”, ponendo le masse popolari al centro delle sue ricerche, indagando sulla
formazione di una mentalità collettiva che fu la causa di certi atteggiamenti di massa. Per far questo Lefebvre non disdegna affatto di utilizzare l’apporto di altre discipline, quali la psicologia e la sociologia, indispensabili per spiegare il fenomeno rimasto nella storia con l’etichetta di “Grande Paura”.

Protagonista della storia diventava così la mediazione mentale.
Lo studio delle vicende del 1789 rivelava a Lefebvre che la ‘grande paura’ dei contadini e dei cittadini francesi nasceva dalla convinzione che la nobiltà si stesse coalizzando contro la Francia rivoluzionaria e fosse ormai pronta ad assoldare le bande dei briganti che correvano le campagne. Era sorto, così, il primo sospetto del complotto aristocratico controrivoluzionario. Dilagò la paura e, dietro di essa, una vigorosa reazione nella quale si manifestò per la prima volta l’ardore guerriero che contraddistinse il mito della Rivoluzione. Nell’analisi dello storico l’attività dello spirito, i processi mentali, le credenze, le speranze, la paura acquistano uno spazio ed un peso fino allora ignorati dalla storiografia.

Lefebvre criticò inevitabilmente gli storici che avevano studiato la ‘grande paura’ concentrandosi sulle condizioni della vita economica, sociale e politica che, secondo loro, erano all’origine del movimento rivoluzionario. Li riteneva elementi importanti, ma non sufficienti. Le componenti soggettive, le rappresentazioni mentali assurgevano, invece, in lui a temi privilegiati.

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