La democrazia in America: Alexis de Tocqueville

Il visconte Alexis Henri Charles de Clérel de Tocqueville (Parigi, 29 luglio 1805 – Cannes, 16 aprile 1859) è stato un filosofo, politico, storico, sociologo, giurista e magistrato francese. È considerato uno degli storici e studiosi più importanti del pensiero liberale.

“Il rischio maggiore creato all’Unione dalla crescita della sua popolazione e del suo territorio deriva dallo spostamento continuo delle sue forze interne. E’ difficile concepire una unione durevole tra due nazioni di cui una sia povera e debole e l’altra ricca e forte; tanto più quando l’una sta acquistando la forza che viene perduta dall’altra”.

Conclusasi la guerra settennale con la madrepatria e riconosciuta da Giorgio III d’Inghilterra l’indipendenza degli Stati Uniti d’America, il governo federale, non più sostenuto dal sentimento del pericolo, fu sul punto di dissolversi. E, tuttavia, proprio nel momento in cui il governo federale, appena quattro anni dopo la proclamazione di indipendenza, dichiarava ufficialmente la propria impotenza nel riuscire a risolvere virtuosamente la situazione, gli Americani diedero prova di virtù più grandi di quelle che si resero necessarie per vincere la guerra. Uno spettacolo, quando ci si trova dinanzi ad un gran popolo, che, avvertito dai suoi legislatori che gli ingranaggi del governo rischiano di arrestarsi, misura con calma invidiabile la profondità del male, si contiene per due anni al solo scopo di scoprire un rimedio adeguato e, trovatolo, vi si sottomette volontariamente, senza che esso venga imposto minimamente con l’utilizzo della forza.

Il compito che nel 1787 la convenzione federale di Filadelfia dové affrontare, per redigere una nuova Costituzione da sottoporre all’attenzione e all’approvazione dei cittadini delle 13 repubbliche, era particolarmente difficile. Si trattava di dividere la sovranità in modo che i diversi Stati che formavano l’Unione continuassero a governarsi da soli in tutto ciò che riguardava quelle questioni relative alla propria politica interna, senza che la nazione intera, rappresentata dall’Unione, cessasse di costituire un corpo unico, capace di provvedere ai bisogni generali. I lavori della Convenzione approdarono alla formulazione di un organico corpo di leggi, ratificato del 1788 da undici Stati (l’approvazione della Carolina del Nord e del Rhode Island seguì gli anni immediatamente successivi): una Costituzione che regge ancora oggi l’unione degli Stati Uniti d’America.

Tocqueville visitò gli Stati Uniti nel 1831, e pubblicò le sue impressioni in un’opera celebre, La democrazia in America; in questa, per ciò che concerne il problema del federalismo, mise in luce il sapiente compromesso attraverso il quale si era riusciti a conciliare la sovranità dei singoli Stati con l’inderogabile esigenza di un potere superiore.

In questo articolo mi concentrerò esclusivamente su questa componente, mentre più avanti tenterò di approcciarmi in maniera più generale al profondo significato che assunse il viaggio del magistrato francese, anche in relazione alle impressioni suscitate dagli stessi Stati Uniti su Harriet Martineau, scrittrice britannica che intraprese un viaggio di due anni in America per studiarne la politica. Interessante il confronto tra le due tesi.

Le tredici colonie che scossero simultaneamente il dominio inglese avevano la stessa religione, la stessa lingua, gli stessi costumi, quasi le stesse leggi; esse lottavano contro un nemico comune, dovevano dunque avere forti ragioni per unirsi tra loro nella battaglia, fondendosi in un unico corpo, in una sola nazione. Ma poiché ciascuna di esse aveva sempre avuto un’esistenza a parte e un governo proprio, e si erano creati interessi e usanze particolari, era naturale che ripugnasse loro una unione solida e completa, quasi impensabile. Di qui due tendenze opposte: l’una che spingeva gli Angloamericani a unirsi, l’altra a dividersi.

Finché durò la guerra, la stretta necessità fece logicamente prevalere il principio dell’unione. Ma, conclusa la pace, i difetti della legislazione riemersero con forza, Ogni colonia, divenuta una repubblica indipendente, si impadronì dell’intera sovranità, mentre il governo federale, condannato alla debolezza dalla sua costituzione, non più sostenuto dal sentimento del pericolo, vide la sua bandiera abbandonata agli oltraggi dei grandi popoli di Europa, e si ridusse al punto di non poter neanche tener testa alle tribù indiane e pagare i debiti contratti durante la guerra d’Indipendenza.
Se c’è un momento in cui l’America si è elevata a quell’altro grado di gloria in cui l’immaginazione orgogliosa dei suoi abitanti vorrebbe mostrarcela continuamente, fu proprio nel momento in cui il potere nazionale veniva in certo modo ad abdicare. Possiamo affermare tranquillamente che gli sforzi fatti dagli Americani per sottrarsi al domino inglese sono stati molto esagerati nelle loro descrizioni, in quanto gli Stati Uniti dovettero la vittoria assai più alla loro posizione geografica che al valore dell’esercito o al patriottismo dei cittadini. Nulla di paragonabile alla Rivoluzione Francese. Quello che c’è di nuovo nella storia delle nazioni è lo spettacolo di un gran popolo, che, avvertito dai suoi legislatori che gli ingranaggi del governo si arrestano, rivolge senza fretta e senza paura gli sguardi su se stesso, misura la profondità del male, si contiene per due anni al solo scopo di scoprire con calma un rimedio e, trovatolo, vi si sottomette volontariamente.

Quando l’insufficienza della prima Costituzione federale (1778) si fece sentire, il fervore delle passioni politiche nato con la rivoluzione si era in parte placato, mentre tutti i grandi uomini creati dalla rivoluzione era ancora in vita. La poco numerosa assemblea, che si incaricò di redigere la seconda Costituzione, comprendeva i migliori spiriti e i più nobili caratteri che fossero mai apparsi nel nuovo mondo. Giorgio Washington la presiedeva. Questa commissione offrì all’approvazione del popolo un corpo di leggi organiche che ancora oggi regge l’Unione. Tutti gli Stati successivamente l’adottarono. Il nuovo governo federale entrò in funzione nel 1789, dopo due anni di interregno. La rivoluzione d’America finiva dunque precisamente nel momento in cui la Francia cominciava la sua rivoluzione.

La Costituzione federale: problema!!
Come dividere la sovranità in modo che i diversi Stati che formavano l’Unione continuassero a governarsi da soli in tutto ciò che riguardava la loro politica interna, senza che la nazione intera, rappresentata dall’Unione, cessasse di costituire un corpo unico, capace di provvedere ai bisogni generali?
Questione assai complessa e difficilmente risolvibile.
I doveri e i diritti del governo federale erano semplici e molto facili a definire, essendo l’Unione stata formata allo scopo di rispondere ad alcuni grandi bisogni generali; invece i doveri e i diritti dei governi statali erano assai complicati da definire, in quanto il governo statale penetrava in tutti i particolari della vita sociale.
Le attribuzioni del governo federale furono pertanto definite accuratamente, e si dichiarò che tutto ciò che non era compreso in esse sarebbe rientrato nell’ambito delle attribuzioni dei governi statali. Così il governo degli Stati rappresentò il diritto comune, il governo federale l’eccezione. Venne giustamente creata un’alta corte federale, tribunale unico, che, fra le altre attribuzioni, ebbe quella di mantenere fra i due governi rivali la divisione dei poteri stabilita dalla Costituzione. All’Unione fu accordato il diritto esclusivo di fare la pace e la guerra, di concludere trattati in ambito commerciale, di levare eserciti, di armare flotte. All’Unione fu lasciato il diritto di regolare tutto ciò che si riferisce al valore della moneta; la si incaricò del servizio postale; le si dette il diritto di aprire grandi comunicazioni per unire le diverse parti del territorio.

In generale, i governi statali furono lasciati liberi nella sfera particolare; tuttavia, visto che qualcuno di essi avrebbe potuto abusare di tale indipendenza, compromettendo con misure imprudenti la sicurezza dell’Unione intere, per casi precedentemente definiti, si permise al governo federale l’intervento negli affari interni degli Stati. In tal modo, pur riconoscendo a ciascuna repubblica confederata il potere di modificare e cambiare la legislazione, le si impedì però di creare leggi retroattive e di creare nel suo seno una classe di nobili.
La Camera dei rappresentanti è nominata dal popolo; il Senato, dai legislatori di ogni Stato. Insomma, l’uno è il prodotto dell’elezione diretta, l’altro dell’elezione a due gradi. Il mandato dei rappresentanti dura due anni, quello dei senatori, sei. La Camera ha funzioni esclusivamente funzioni legislative, e partecipa al potere giudiziario solo accusando i funzionari pubblici; il Senato concorre alla formazione delle leggi; giudica i delitti politici che gli vengono deferiti dalla Camera, ed è inoltre il grande consiglio esecutivo della nazione. I trattati conclusi dal presidente devono essere ratificati dal Senato; e le scelte presidenziali, per essere definitive, necessitano dell’approvazione del medesimo corpo.

I legislatori americani dovevano creare un potere esecutivo che dipendesse dalla maggioranza, ma che fosse tuttavia forte per se stesso in modo da agire liberamente nella sua sfera. La conservazione della forma repubblicana esigeva che il rappresentante del potere esecutivo fosse sottoposto alla volontà nazionale.
Il presidente è un magistrato elettivo; il suo onore, i suoi beni, la sua libertà, la sua vita, rispondono in ogni tempo al popolo del buon impiego che egli farà del suo potere. Inoltre, il Senato lo sorveglia nei suoi rapporti con le potenze straniere e nella distribuzione degli impieghi, in modo che esso non possa esser corrotto, né corrompere.
I legislatori dell’Unione riconobbero che il potere esecutivo non avrebbe potuto adempire al suo compito, se non avesse avuto maggiore stabilità e forza di quella che aveva negli Stati particolari. Decisero allora che il presidente fosse nominato per quattro anni e potesse essere rieletto. Avrebbe così potuto lavorare al bene pubblico, ed i mezzi necessari per operare. Si fece del presidente il solo ed unico rappresentante del potere esecutivo dell’Unione. Il Senato ha il diritto di rendere sterile qualche atto del presidente; ma non può mai costringerlo ad agire, né dividere con lui il potere esecutivo.

Abbiamo così delineato alcuni tratti caratteristici del funzionamento del sistema politico americano, tutt’ora attuali. Male non può fare…

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