La condanna dei Lumi

L’ammirazione per l’epoca dei Lumi e per tutto quello che ne conseguì non fu affatto univoca e concordata unanimemente, come dimostra il testo scritto da J.G. Herder – 1744/1803 – (“Ancora una filosofia della storia per l’educazione dell’umanità”), filosofo, teologo e letterato tedesco.

Herder si scaglia con forza contro l’illusione dei suoi tempi, contro la cultura cartacea degli illuministi, contro le belle parole dei filantropi e dei legislatori che troppo spesso sono solo i distruttori dell’umanità, secondo sempre il suo parere. Le parole di Herder sembrano assumere, a posteriori, un accento comunque originale rispetto al coro degli avversari dei Lumi: in lui non è soltanto la reazione contro l’astrattezza della ragione, ma è già il disegno d’una ricostruzione del mondo nelle dimensioni della storia. Un discorso certamente da dover approfondire con maggiore attenzione e accuratezza (nel prossimo articolo, logicamente).

Vediamo ora qualche passo scritto dallo stesso filosofo, per approcciare al meglio la questione:

“Vi fu un tempo in cui tutti sembravano entusiasmarsi per l’educazione e l’educazione era riposta nelle belle cognizioni positive, nell’ammaestrare, rischiarare, agevolare e soprattutto in un precoce raffinamento e incivilimento dei costumi. Come se tutto ciò avesse il potere di trasformare e riplasmare le inclinazioni umane! Come se fosse possibile far tutto questo non intendendo e anzi sprezzando l’unico metodo per ristabilire e creare le buone consuetudini, magari i pregiudizi, le pratiche, le energie dell’uomo, e con ciò dar vita a un mondo migliore! Il trattato, il disegno già redatto, fu stampato e dimenticato: uno dei mille manuali sull’educazione di cui abbondiamo, un codice di buone regole come ne avremo ancora milioni, mentre il mondo resterà pur sempre tal quale è ora.
Ben altrimenti intendevano tutto ciò quell’età e quei popoli in cui tutto era ancora chiuso entro i limiti della nazione. La cultura sorgeva da particolari e singoli bisogni e ad essi tornava, schietta esperienza, azione, pratica della vita in un ambiente determinato. Nella capanna del patriarca, nel minuscolo podere o ancora nella piccola repubblica di veri uomini, tutto si conosceva, si sentiva, si faceva sentire agli altri, mentre si aveva il cuore in mano e si teneva sotto gli occhi tutto ciò di cui si parlava. Bello davvero il rimprovero che il nostro illuminato secolo suol fare ai meno illuminati uomini della Grecia, di non aver mai nulla filosofato d’universale e di puramente astratto, di aver sempre parlato secondo la natura di limitati bisogni, restando su una scena chiusa e ristretta. Proprio là invece il linguaggio era acconcio e concreto, ogni parola aveva il suo proprio posto, e nei tempi migliori neppur si parlava con le parole, ma con l’azione, il costume, l’esempio, l’influsso infinitamente molteplice … come tutto era diverso, determinato, forte ed eterno! Noi parliamo in una volta a cento ceti, classi, età e stirpi umane, per non dir più nulla a nessuno: la nostra saggezza è tanto raffinata e incorporea, è spirito astratto che svanisce senza esser neppure messo in uso. Là era e restava saggezza del cittadino, storia di un oggetto umano, linfa ricolma d’alimento”.

Quanto riportato fino ad ora sembra esser un raffinato preambolo al succo del discorso di cui intende dar conto Herder nel proseguo del testo:
“Se la mia voce avesse dunque forza ed eco, come vorrei gridare a tutti coloro che operano per l’educazione dell’umanità: basta con i luoghi comuni sul miglioramento, basta con la cultura cartacea, ma, non appena possibile, istituti, azioni! Lasciate che parlino e fantastichino nell’azzurro del cielo coloro che hanno la sfortuna di non poter far altro. […] E se proprio colui che tanto canta le lodi della filantropia, dell’amore per il popolo, dell’amor paterno avesse invece l’intenzione di colpirci d’un profondo colpo di pugnale e per secoli? Apparentemente egli è il più nobile dei legislatori, e forse invece è il più profondo dei distruttori del suo secolo. Di un miglioramento, di un’umanità e felicità intime neppur un cenno, egli non ha fatto che seguire la corrente dell’età, s’è fatto salvatore del genere umano inchinandosi all’illusione del tempo suo, e con tutti i suoi sforzi altro non ha ottenuto se non la breve mercede che è riservata al secol tutto, l’avvizzito alloro della vanità, domani già polvere e cenere. La grande, divina opera, l’educazione del genere umano – tacita, robusta, nascosta, eterna – non vive accanto alla piccola vanità”.

La condanna dei Lumi è ben servita.

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