I conflitti coloniali

Gli aspetti dinastici e territoriali delle guerre del Settecento ebbero notevoli conseguenze anche sul piano coloniale, che non può assolutamente esser separato dal più ampio contesto in cui si trova inserito. Per un’analisi chiara e dettagliata occorre però effettuare una sorta di ricapitolazione, una premessa d’ordine generale, per poter entrare con cognizione di causa nello specifico delle situazioni da dover analizzare.
Gli studiosi hanno identificato due fasi successive nella storia economica degli Stati europei: la prima coincide con il periodo 1450-1640, durante il quale venne creata un’economia estesa ma debole, che gravitava intorno al Mediterraneo. Nella seconda fase, che copre tutto il Settecento, il dinamismo commerciale europeo si dilatò nell’Atlantico, aprendo una larga breccia negli imperi asiatici, in India e in Cina, ponendo le premesse del sistema mondiale dell’economia moderna. Sorsero, in tal modo, per iniziativa di avventurieri e di mercanti e sotto la protezione delle monarchie, gli imperi portoghese e spagnolo; si formarono poi, seguendo le spinte dei nuovi ceti borghesi, gli imperi coloniali olandese, francese, inglese. Diversi stati occidentali affidarono, almeno inizialmente, la gestione del commercio a delle Compagnie, associazioni di mercanti che ottennero dai governi, insieme al monopolio dei traffici, la concessione di poteri sovrani su vaste aree territoriali. L’opera delle Compagnie rimase, per quanto possibile, indipendente dai governi nazionali. Ad esempio, la Compagnia inglese delle Indie Orientali emanava leggi, armava flotte ed eserciti. Rinunciavano comunque ad assumere la responsabilità del dominio diretto, in quanto miravano unicamente a gestire il commercio, e non a fondare imperi commerciali veri e propri. Nonostante queste premesse, tuttavia,le Compagnie furono le punte di lancia dell’espansione coloniale europea nei continenti.

Le Compagnie monopolistiche trovarono nel Seicento il momento della loro maggiore fortuna in quanto, nel Settecento, il movimento commerciale negli oceani assunse dimensioni tali che il ricorso alle stesse divenne inutile ed inopportuno. Non solo il numero dei mercanti e degli imprenditori disposti a finanziare i viaggi cresceva sempre di più, ma stavano cominciando a subentrare delle idee innovative ed avanzate che preannunziavano l’era del libero scambio. Nel Settecento il volume dei traffici s’impennò ed il quadro generale degli scambi assunse un aspetto diverso. Sorse il cosiddetto commercio triangolare, chiamato così in quanto le rotte delle navi disegnavano un grande triangolo che aveva i suoi vertici nei porti atlantici dell’Europa (soprattutto Nantes, Bristol, Liverpool), negli empori africani e negli scali americani. In cambio di denaro e manufatti, i mercanti si rifornivano in Africa di schiavi neri, li vendevano nelle piantagioni americane e tornavano in Europa carichi di preziose merci tropicali: zucchero, caffè, tabacco, cotone. L’Inghilterra fu il fulcro di questo traffico, e si impadronì di un bottino coloniale senza eguali.

Gli imperi del Portogallo e della Spagna
L’impero portoghese non ebbe mai, ad eccezione degli stanziamenti in Brasile, carattere di penetrazione territoriale. Era difatti costituito prevalentemente da scali, empori, fattorie, dai quali s’irradiava la conquista commerciale nel retroterra. Stazioni portoghesi sorsero sulle coste dell’India, nella penisola di Malacca, nell’isola di Giava e nelle Molucche. Si trattava di basi collegate con la madrepatria da una serie di approdi intermedi impiantati lungo le coste africane. E proprio grazie a questo sistema di porti, nei quali affluivano le merci dell’India, dell’Indonesia, della Cina, del Giappone, i portoghesi monopolizzavano il commercio marittimo dell’Oriente convogliandolo verso Lisbona.
La Spagna costituì in Messico, nell’America Centrale e in quella Meridionale (sino all’Argentina e al Perù) un impero territoriale vasto due volte l’Europa, sfruttandone tanto le ricchezze minerarie quanto le risorse agrarie. Terre e villaggi indigeni (encomiendas) furono affidati a coloni spagnoli: la tratta degli schiavi neri forniva la mano d’opera necessaria. La Spagna unificò un territorio vastissimo al quale impose progressivamente un’amministrazione stabile, la sua cultura e, per quanto possibile, la sua religione.

Inglesi vs Francesi
I Puritani, in fuga dall’Inghilterra causa persecuzioni perpetrate nei loro confronti da parte degli Stuarts per motivazioni di stampo religioso, si insediarono prevalentemente sulle coste atlantiche nordamericane. A differenza degli spagnoli e dei portoghesi che si erano limitati a sfruttare le ricchezze del Nuovo Mondo, i puritani inglesi si trasformarono in coltivatori e allevatori di bestiame e costituirono delle piccole comunità autonome ed indipendenti dalla madrepatria. Successivi stanziamenti di coloni inglesi allargarono l’occupazione verso l’entroterra a prezzo di una lotta spietata contro le popolazioni indigene (Pellirosse). A metà del Settecento la superficie degli insediamenti era raddoppiata e la popolazione era passata da 400.000 ad oltre 1.200.000 abitanti. Da queste comunità, di lingua inglese, nasceranno a seguito di una guerra contro l’Inghilterra gli Stati Uniti d’America.
Nel Settecento la penetrazione inglese sulle coste atlantiche si scontrò con quella francese indirizzata verso le stesse regioni. I francesi, sin dai tempi di Enrico IV, si erano stanziati nel Canada, lungo le rive del fiume San Lorenzo, ove era sorta nel 1608 la città di Quebec. Penetrarono poi nelle terre del Mississipi e del Missouri. Non si trattava di una trasposizione all’interno dei territori conquistati di intere popolazioni, ma di nuclei isolati. Furono le vicende delle guerre combattute in Europa che decisero la sorte di questa popolazione. La Pace di Parigi, come riportato in precedenza, escluse i francesi dall’America, facendo insediare gli inglesi sulla sinistra del Mississipi. Il trattato consentiva comunque ai canadesi il rimpatrio in Francia: approfittarono di questa concessione i funzionari e i militari, ma il clero e la piccola nobiltà, insieme ai cacciatori dei boschi, non abbandonarono il paese. Da queste componenti discendono i milioni di franco-canadesi che hanno perpetuato nel continente americano le tradizioni, il costume della loro patria d’origine e conservano ancora l’accento della loro antica lingua.

La progressiva decadenza del Portogallo e della Spagna favorì la formazione degli imperi coloniali olandese, inglese, francese. Forti della loro flotta che costituiva l’80% del naviglio mercantile europeo, gli olandesi si sostituirono ai portoghesi in molti scali del continente asiatico. Sempre all’inizio del Seicento le compagnie commerciali inglesi e francesi ottennero dal Gran Mogol (dinastia musulmana che governò l’India tra il XVII e il XVIII secolo) l’autorizzazione a installare i loro empori sulle coste dell’India. Si delinearono così ben presto due aree di influenza commerciale e politica: gli inglesi penetrarono lungo la valle del Gange, i francesi nella ricca regione del Deccan.
Le guerre sul continente europeo esasperarono le rivalità delle compagnie commerciali delle due nazioni. Durante la guerra di successione austriaca, in India i coloni francesi appoggiarono gli spagnoli contro gli inglesi; nel corso della guerra dei Sette Anni, veri e propri scontri frontali e campagne militari si combatterono anche in India: i Britannici sferrarono un’importante offensiva contro il Deccan, ottenendo nel 1761 la capitolazione di tutte le forze armate francesi operanti oltremare. L’India era inglese. Considerando che solo due anni dopo, nel 1763, la Pace di Parigi avrebbe attribuito all’Inghilterra il controllo del continente nord-americano, bisogna per forza concludere che la supremazia inglese, ormai affermata tanto nell’Est quanto nell’Ovest, aveva profondamente e incontrovertibilmente alterato gli equilibri mondiali.

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