Gli effetti della guerra sui reduci

Il reinserimento dei reduci nella società civile, dopo un evento tanto profondo quale fu quello della Grande Guerra, non fu pacifico né tantomeno indolore. Molti di loro erano convinti di essere stati vittime di un’ingiustizia, ed erano perciò portati ad esigerne il conto; quindi pretendevano che gli venisse concessa una considerazione privilegiata da parte dei membri della società civile, quella stima usualmente tributata a chi ha sacrificato il proprio interesse personale, il proprio ‘io’ in difesa della collettività. La violenza negli atteggiamenti mostrata dai reduci fu frequente, espressione più o meno consapevole del loro rancore, del loro desiderio di vendetta per quanto patito ingiustamente.

La violenza dei reduci costituisce uno dei tratti caratteristici del dopoguerra in tutti i paesi coinvolti direttamente nel conflitto. Era comune convinzione che il soldato proletarizzato, legato ai suoi camerati e alienato nei confronti della società borghese, fosse una sorta di “socialista istintivo”. Ma ciò non corrispondeva integralmente a verità. Una parte dei reduci dal fronte era incline ad unirsi a qualsiasi movimento che permettesse loro di continuare a vivere in maniera avventurosa, come avevano fatto del resto fino a poco tempo prima. Perciò gli ex combattenti, o almeno una parte di essi, erano utilizzabili per qualsiasi tipo di avventura politica, rivoluzionaria o reazionaria che fosse, purché venisse diretta contro gli ordinamenti statuali che avevano reso possibile il massacro di tante vite umane.

Tale manifestazione umana trova conferma anche nella storia italiana. I reduci accorsero in gran numero ad arruolarsi nelle squadre fasciste, manovrate da esponenti nazionalisti, dalle gerarchie militari, da transfughi del socialismo; mentre, al contrario, la guerra, definita una “maestra silenziosa”, non aveva fornito ai combattenti un’ideologia che fosse in grado di unire e attrarre gruppi sociali così diversi. Il soldato di linea è logicamente un uomo d’azione, non di pensiero; la sua energia può scaricarsi in diverse direzioni, segno di una evidente fragilità psichica e morale. In realtà gli ex combattenti costituirono una massa che si rivelò difficilmente gestibile e di difficile utilizzazione in campo politico, se non, come già anticipato, in senso reazionario.

Il veterano poteva rivendicare di essere il miglior rappresentante della Nazione nel suo complesso, dal momento che egli si era sacrificato per la sopravvivenza della collettività; come individuo che aveva combattuto e vissuto per anni nella Terra di nessuno, egli conosceva la Nazione e le patologie che la affliggevano da un punto di vista esterno, quasi privilegiato. Il reduce poteva inoltre assumere l’immagine di uomo violento, di individuo intollerante nei confronti di qualsiasi restrizione sociale. Molti di questi usarono questa immagine per estorcere attenzioni. La maggior parte di loro era divenuta estranea a se stessa tanto quanto agli altri. Con la guerra i soldati di linea avevano figurativamente divorziato dalla società civile, mentre la smobilitazione li aveva restituiti al fondo della stessa società per la quale si erano sacrificati. Rappresentavano un gruppo il cui malcontento assumeva valore universale poiché le sue sofferenze erano state inimmaginabili; si trattava di uomini che non godevano più di un sicuro statuto civile e le cui convinzioni erano assolutamente opposte a quelle degli statisti che li avevano gettati nelle fauci della guerra.

Il soldato era un uomo che aveva vissuto per un periodo apparentemente infinito al di là delle categorie sociali civili. Tale esperienza ai limiti della decenza produsse un innegabile senso di cameratismo in coloro che la condivisero in tutto e per tutto. Ma, d’altro canto, produsse anche l’incapacità di collegare l’esperienza sociale della guerra con i problemi e le questioni politiche della società postbellica. Il soldato di linea si distinse nel ruolo di “uomo di violenza”, il più delle volte. Era evidente che la guerra aveva forzato una regressione dai livelli comportamentali civili.

“Morì qualcos’altro al fronte oltre al fiore della gioventù e degli uomini tedeschi: morì il vecchio ordine del mondo, poiché gli individui che uscirono vivi da quel conflitto erano cambiati e votati a non tollerare un sistema di pensiero che aveva condotto a un tale mostruoso massacro di vite umane” (Ph. Gibbs, Now it can be told”).

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